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La Comunanza
Il Territorio
Tartufo
Profondi aromi e delicati sapori dai più preziosi tuberi del bosco presenti nel territorio della Comunanza.

La sua particolare condizione di fungo ipogeo, dal profumo forte e inebriante e dal sapore forte e deciso, lo ha posto in un'assoluta condizione di privilegio rispetto a qualsiasi altro alimento. È per questo che, fin dai tempi più remoti, questo tubero è comparso sulle tavole dei nostri progenitori. I tartufi, tanto cari ai Romani, non erano quelli apprezzatissimi dei nostri giorni. Potrà risultare strano, ma i preziosi "giacimenti" di tartufi bianchi (Tuber magnatum Pico) e neri (Tuber melanosporum Vitt) di cui alcune parti dell'Italia erano e sono ricche, risultavano a loro sconosciuti. Evidentemente a loro insaputa, venivano consumati dai cinghiali e maiali. I Romani, infatti si accontentavano di alcune varietà di tartufi africani, di qualità assai modesta. Nell'Alto Medioevo, il tartufo iniziò la sua parabola discendente, perché frutto troppo nobile ed esoterico e quindi pericoloso. Tra il 1100 e 1200, quando la superstizione iniziò a mollare la sua ottusa presa, eccolo ricomparire. I signori dell'epoca facevano a gara per averlo sulle loro tavole, ma questo tartufo non era più la terferia africana che si consumava nella Roma antica, ma un Tuber Terrae, anche se non ancora della qualità pregiata. A testimoniare il rinnovato interesse fu Francesco Petrarca che nel IX sonetto delle Rime, così si esprimeva nei confronti del tartufo. "E non pur quel che s'apre a noi da fare, le rive e i colli di fioretti adorna, ma dentro, dove giammai non s'aggiorna, gravida fa di sé il terrestre umore; onde tal frutto e simile si colga …"  Nel 1831 Carlo Vittadini pubblicò la sua Monographia tuberacearum dando il suo nome al nostro tartufo nero pregiato, che nell'ottocento fu segno di nobiltà e di ricchezza. Molti re e imperatori, Napoleone compreso si dichiararono entusiasti del prezioso tubero. A conclusione di questa breve introduzione storica ci piace riportare un pensiero di Alexander Dumas che scrisse: "fare la storia dei tartufi, sarebbe intraprendere la storia della civiltà del mondo alla quale, per quanto muti, i tartufi hanno preso parte più di quanto non abbia fatto le leggi di Minosse e le tavole di Salone a tutte le grandi epoche delle nazioni e allo splendore degli imperi".

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